
C’è un vuoto strano, tra le colline delle Langhe, da quando Carlin non c’è più. Ed è strano perché uno come lui, abituato a riempire le stanze e le piazze con la sua voce tonante e quella fisicità generosa, sembra impossibile che sia diventato silenzio. Eppure, se si ascolta bene il vento che passa tra i filari dei nostri vigneti, si sente ancora l’eco di quella rivoluzione che non è nata nei palazzi, ma davanti a un piatto di tajarin e a un bicchiere di rosso.
Oggi che tutti lo celebrano come il mitico fondatore di Slow Food, il gastronomo originale che ha plasmato una generazione di nuovi gastronomi all’UNISG o l’artefice della valorizzazione delle colline patrimonio UNESCO, noi vogliamo ricordare l’uomo. Perché Carlin, prima di essere un mito globale, era uno di noi. Uno che sapeva che le grandi idee nascono solo se sono bagnate dall’ironia, dalla condivisione e, soprattutto, dall’amicizia vera.
Per capire Carlin bisogna fare un passo indietro, lasciare stare i convegni internazionali e tornare sulle nostre colline o in quelle cene infinite dove si rifaceva il mondo. Non si può parlare di lui senza nominare i suoi due amici fraterni, i suoi complici di vita e di utopie: Azio Citi e Giovanni Ravinale.
Erano loro il motore allegro di quel gruppo di “matti” che negli anni ’70 e ’80 ha scosso la provincia piemontese. Insieme a loro, Carlin ha inventato la comunicazione libera dalle frequenze di Radio Bra Onde Rosse, e insieme a loro ha capito che la cultura popolare non era qualcosa da dimenticare, ma il tesoro più grande da custodire. C’era una goliardia profonda in quel modo di fare politica e cultura: si rideva, si cantava, e intanto si piantavano i semi di quello che sarebbe diventato il manifesto del cibo “Buono, Pulito e Giusto”.
Carlin aveva la capacità unica di cucire mondi apparentemente lontani. Portava la Langa a Sanremo, ma non al festival dei fiori, bensì al Club Tenco, dove la canzone d’autore e la poesia si spogliavano di ogni intellettualismo per diventare emozione pura, proprio come un grande vino. Carlin e compagnia nell’80 ci portarono le Nete, le mitiche gemelle di Trinità, dove le vide Francesco Guccini che le segnalò a Renzo Arbore e il resto è storia.
Arbore cercava il genio nella musica e nella televisione, Carlin lo cercava nelle mani callose di un produttore di toma a Murazzano o di un allevatore di Morozzo. Due facce della stessa medaglia: la ricerca della bellezza nelle cose vere.
Oggi che la terra di Langa si stringe nel ricordo di Carlo Petrini, capiamo che la sua eredità va oltre i libri, i presìdi o l’Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo. È il metodo che ci ha lasciato. Ci ha insegnato che si può parlare con i potenti della Terra o con il Papa mantenendo lo stesso identico sguardo complice di quando si parla con il contadino che cura la vigna dietro casa.
Ci ha insegnato a superare le piccole contrapposizioni storiche dei nostri paesi per fare rete, per essere comunità.
Ci mancherai, Carlin. Ci mancherà la tua capacità di trasformare la tavola in un atto di libertà. Ma ti promettiamo che ogni volta che stapperemo una bottiglia per condividerla con gli amici di sempre, celebrando la gioia di vivere, tu sarai lì con noi. A fare un po’ di rabel!